Vanghe, forconi & company

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Vorrei parlare degli attrezzi a manico lungo o grandi attrezzi da giardino e lo faccio con l’idea di meditare sul modo in cui li utilizzo, perché mi sono accorta che, strada facendo, ho cambiato le mie abitudini.
Mi chiedo: quali sono gli attrezzi che uso maggiormente e con più frequenza?

Decisamente la vanga: vorrei tesserne gli elogi perché in questo momento in cui mi dedico a grandi spostamenti mi assiste fedelmente (sotto sotto mi piacerebbe che esistesse una vanga magica, che facesse i buchi al solo schioccare delle dita, ma il sogno tale rimarrà e continuerò la mia fatica).
Possiedo due vanghe, una a punta ed una quadrata; quella a punta era del mio papà ed affettivamente mi è molto cara, è leggera e ben appuntita, proprio perfetta per fendere il terreno. Nel mio giardino non è difficile infilare la punta e poi fare pressione sul bordo superiore arrotondato.
Purtroppo ha il manico ormai molto compromesso, quando faccio leva scricchiola paurosamente avvertendomi che il punto di rottura è ormai prossimo. So che dovrei cambiarlo e tornerebbe nuova ma – sempre il cuore – rimanda questo momento all’infinito…
Pochi anni fa i miei familiari, impietositi dai lamenti del vecchio manico, mi hanno regalato un vangotto a forma rettangolare e manico corto; la sua lama è abbastanza affilata ed entra bene nel terreno, il manico corto è maneggevole.
Quando lavoro me li porto appresso entrambi e li utilizzo a seconda delle esigenze: se devo fare leva adopero la vanga corta col manico robusto, se devo solo aprire un varco nella terra, la vanga appuntita.

Quest’anno ho riscoperto la vanga-forca e mi sono chiesta più volte perché l’avessi relegata nel dimenticatoio per tanto tempo, adesso la trovo davvero utile. Nel corso degli ultimi lavori autunnali ho dovuto dividere vecchi ceppi di erbacee perenni e ho notato che infilando i quattro denti solidi del forcone in una fenditura precedentemente creata con la vanga e facendo leva, riesco a estrarre le radici senza danneggiarle. Ripeto l’operazione girando tutt’intorno al ceppo e alla fine riesco a estrarlo senza grandi difficoltà.
Ricordo di aver letto che questo attrezzo si può utilizzare direttamente per dividere i ceppi, infilandolo in mezzo e facendo leva, ma io preferisco usare il segaccio (come ho già spiegato) poiché mi sembra di fare un lavoro chirurgicamente meno invasivo.

Sempre quest’anno ho scoperto un’altra funzione preziosa della vanga-forca, ogni tanto la disperazione aguzza l’ingegno…
Nei mesi scorsi ho trascurato parecchio il giardino e le malerbe lasciate indisturbate hanno trionfato, in particolare ho dovuto affrontare una massiccia invasione di gramigna e di saponaria in alcune bordure piuttosto affollate. Non volevo correre il rischio di rovinare bulbi in quiescenza e radici di piante a riposo utilizzando la vanga perciò, anche in questo caso, il forcone si è dimostrato utilissimo: ho infilato i denti in profondità e delicatamente, facendo leva, ripetevo l’operazione a distanza di pochi centimetri. In tal modo ho estratto grandi mucchi di radici malefiche, insieme a qualche bulbo, è vero, ma per nulla rovinato.

A metà classifica riguardo alla frequenza nell’utilizzo c’è il piccone. Mi pare strano fare questa affermazione perché, anni fa proprio non lo usavo, si vede che ero più forte e ce la facevo solamente con la vanga.
Ora mi accorgo che in alcune zone da tempo non lavorate, dove il terreno si è compattato anche a causa del calpestio, quando voglio scavare una buca per prima cosa frantumo la terra con qualche picconata e poi proseguo con la vanga.
Possiedo due picconi, uno a punta lunga e stretta e lama larga ed uno “da lady”, un vecchio picconcino in miniatura con lama corta e arrotondata e punta un pò mozza: il secondo è decisamente più leggero e mi serve quando c’è proprio solamente da aprire un varco, mentre il primo mi permette di andare in profondità, ad esempio quando c’è da estrarre una ceppaia e bisogna scavare tutt’intorno un solco per liberare le radici.

Vi chiederete, si sta dimenticando i rastrelli? Direi di no, li relego in posizioni non di spicco perché li uso poco: ci sono tantissime varietà di rastrelli in ferro, in legno, in materiale plastico, con i denti e a forma di ventaglio ed ognuno dovrebbe avere un suo utilizzo particolare.
Non saprei descriverne le caratteristiche, ma posso spiegare come li uso io: adopero un rastrello o di legno o di plastica a denti abbastanza radi per livellare il terreno, quando mi capita di dover riseminare una zona di prato, togliendo contemporaneamente i sassi di un certo diametro.
Il rastrello a ventaglio mi è utile per la pulizia dei vialetti anche perché l’apertura regolabile rende il rastrello più o meno flessibile.

Per fortuna hanno inventato il soffiatore, altrimenti i rastrelli nel mio giardino si sarebbero consumati poiché ho alcuni grandi alberi e in autunno ci sono montagne di foglie da raccogliere; da alcuni anni ho sperimentato positivamente di spostare tutto il fogliame, per mezzo del soffiatore, sulle bordure, a sorta di spessa pacciamatura che, a fine primavera, si è già tutta decomposta… rastrelli adieu…

Per concludere vorrei tessere l’elogio di un altro attrezzo a manico lungo che trovo formidabile, è il tagliabordi a forma di mezzaluna.
E’ un attrezzo leggero e molto maneggevole, con la lama che fende facilmente la zolla del prato e permette di creare una separazione netta tra il prato e le aiuole o bordure; mi piacerebbe veramente usarlo di più perché trovo sia gradevole vedere le zone erbose delimitate in modo preciso, ma nel mio caso i metri da bordare sono veramente tanti e riesco ad affrontare pochi metri ogni anno.

Daniela

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